
Lo studio
I ricercatori hanno utilizzato una tecnica di recente sviluppo, l’IgA-ss, per caratterizzare il microbioma di 59 pazienti affetti da morbo Crohn con o senza spondiloartrite. La sequenza di IgA-Seq ha rivelato in questi pazienti un significativo incremento di E. Coli simile nel genotipo e nel fenotipo ad un patotipo di E. Coli aderente all’intestino e invasivo. “Il nostro studio inoltre ha rilevato la presenza di un gene di virulenza chiamato pduC in alcuni pazienti. Queste gene – ha osservato il dottor Longman – permette a questi batteri di nutrirsi di alcuni metaboliti presenti nello strato epitaliale mucoso; l’isolamento di questo gene impedisce ai batteri di indurre le cellule Th17, che sono quelle dell’immunità sistemica. Il risultato è importante perché mette in evidenza una potenziale via metabolica batterica che può essere usata come terapia mirata per alterare l’induzione di Th17”.
Le conclusioni
“Il messaggio principale per i medici è quello di concentrarsi non tanto sui cambiamenti del microbiota, quanto sulla risposta dell’ospite rispetto alla flora intestinale, almeno quando si tratta di malattie infiammatorie croniche intestinali e delle loro complicanze extraintestinali, in modo da scegliere in modo più appropriato le terapie”, commenta Laurent Dubuquoy del Lille Inflammation Research Center dell’Università di Lille, non coinvolto nello studip. La diagnosi precoce della risposta immunitaria contro il patotipo dell’E.Coli è un interessante indicatore per predire complicanze extraintestinali della Malattia di Crohn, che dovrebbe consentire l’utilizzo di terapie mirate e aumentarne l’efficacia.
Fonte: Science Translational Medicine
Will Boggs
(Versione italiana Quotidiano Sanità / Popular Science)
